18 febbraio 2004

Troppe storture, alti costi, cittadini sfiduciati
IL CIRCOLO VIZIOSO DEGLI STATALI
di SABINO CASSESE

Mentre il ministro per la Funzione pubblica, annuncia una riforma del sistema negoziale pubblico e della dirigenza, i sindacati lamentano l'insufficienza delle risorse previste per i rinnovi, contrattuali e i dirigenti pubblici proclamano uno sciopero generale, che cosa succede nel pubblico impiego?
La contrattualizzazione del 1993 ha eliminato leggine e scatti automatici, ma ha consegnato ai sindacati il potere di, regolare il rapporto di lavoro pubblico. Sulla carta questi dovrebbero negoziare con la controparte pubblica. Ma il Dipartimento per la Funzione pubblica è stato mutilato e tace; e l'agenzia pubblica (l'Aran) è inerte o è aggirata dai governi; i dirigenti pubblici sono stati resi precari, e quindi indeboliti; quando non asserviti; i governi sono alla caccia di consensi e non hanno alcun interesse a tener testa ai sindacati. Questi ultimi, a loro volta, hanno ottenuto tanto potere in cambio di promesse di moderazione salariale, in tempi di vacche magre, ma debbono tener conto della pressione della loro base. Hanno, quindi, riscoperto un vecchio sistema, quello delle progressioni cosiddette verticali: nuovi sistemi di classificazione del personale a ogni contratto e passaggi interni soddisfano sia spinte salariali sia aspirazioni di carriera.
Questo circolo vizioso genera una grande quantità di difetti. Gli organici sono ormai una piramide rovesciata, perché in solo pochi anni centinaia di migliaia di dipendenti si sono i valsi della
. cosiddetta mobilità verticale. Si tolgono posti in basso, per spostarli in alto: così la burocrazia invecchia. Ai vertici giungono dipendenti senza laurea, per anzianità (più un corso di formazione di tre settimane e una prova all'acqua di rose). In molti uffici pubblici le posizioni più alte sono occupate da persone entrate qualche decennio fa senza concorso iniziale, con leggi di favore, come quella sulla occupazione giovanile o quella sui lavori socialmente utili, scavalcando i funzionari entrati per concorso, con la laurea. Il principio del merito, che dovrebbe regolare le carriere, è dimenticato.
Gli unici che reagiscono a questo andazzo sono la Corte costituzionale e la Corte di cassazione. La prima si affanna da anni a spiegare che i cosiddetti concorsi interni o riservati non sono concorsi (ma invano, perché i contratti collettivi non sarebbero - secondo i sindacati - soggetti a- controllo di costituzionalità). La seconda ha affermato che anche i passaggi in terni richiedono selezione sulla base del merito. La Ragioneria generale dello Stato dovrebbe farsi sentire, anche perché le progressioni interne finiscono per produrre aggravi di spesa, anche se il numero complessivo dei dipendenti non aumenta. Ma anche questo ultimo punto è controverso. Secondo dati Istat, infatti, mentre dal 1993 al 1999 vi è stata una diminuzione di personale del 5 per cento, dal 2000 al 2002 vi sarebbe stato un aumento del 2,7 per cento. I dati della Ragioneria arrivano con due o tre anni di ritardo, per cui non si è in grado di compararli con quelli dell'Istat. E a questo maggior costo bisognerebbe aggiungere le cosiddette esternalizzazioni, che hanno portato fuori dell'amministrazione pubblica servizi e funzioni, e che costano a loro volta.
Tutte queste storture producono sclerosi interna, scadimento della qualità dei servizi, quindi crescente sfiducia dei cittadini. Si vuole reagire così alla perdita di quota
. dell'Italia rispetto agli altri Paesi europei?