VI CONGRESSO DELL'ANP
dalla Replica del Presidente dell'ANP
al termine del dibattito congressuale
(testo trascritto dalla registrazione)

 


.....Voglio però toccare l'argomento che è stato più largamente oggetto di discussione anche in assemblea plenaria ma, come sempre succede nei congressi per gli argomenti clou, anche al di fuori perché, chi ha esperienza di congressi, sa che fuori si affrontano argomenti con più sale; e allora e giunto il momento di passare anche in assemblea plenaria al sale, per conto mio cercherò di metterci anche il pepe.
Mi riferisco al tema dell'allargamento dell'associazione alle figure di collaborazione con i dirigenti e alle figure di staff. Credo che siamo sufficientemente adulti per poter affrontare problemi di questa fatta in un congresso, scambiandoci valutazioni, opinioni, punti di vista, sulla base di due elementi fondamentali: la valutazione di argomentazioni, quando anche fossero diverse al loro interno, e la pacatezza del confronto. Queste sono due questioni di metodo pregiudiziali e fondamentali. Guai se non fosse così.
E allora, e lo dico con assoluta coerenza con l'impianto dei nostri lavori, fin dalla relazione di ieri fino al momento che stiamo vivendo in comune in questa fase dei lavori: è stato dai congressisti interni ed esterni riconosciuto che viviamo un momento particolare, di grandi fibrillazioni sul piano istituzionale, che ci carica di grandi responsabilità. C'è una base comune a tutti, a qualsiasi tipo di proposte emerga in sede associativa, è il minimo comune denominatore, la richiesta che è esponenziale, direi quasi tendente all'infinito: di dare all'azione associativa più visibilità, più potere contrattuale, più peso politico. E questi sono gli obiettivi condivisi nella percezione comune: non c'è delegato che intervenga non avendoli chiaramente in testa, oppure esplicitandoli nel corso del suo dire. Aggiungo la seconda parte, che è importante tanto quanto la prima; perché non è neppure lontanamente pensabile che noi ci proponiamo questi obiettivi superomistici senza avere la possibilità, almeno in parte, di dotarci degli strumenti per poterli raggiungere. Perché dobbiamo necessariamente partire da una condivisione comune: non vogliamo fare proposizioni velleitarie, non vogliamo porci degli obiettivi irraggiungibili e poi ritrovarci all'interno dell'associazione e della vita dei nostri organi statutari a lamentarci e a piangerci addosso perché non li abbiamo raggiunti.
E allora per commisurare le finalità ai mezzi, per porci obiettivi politico-sindacali ambiziosi e dotarci degli strumenti per poterli conseguire, al fine di comprendere le ragioni della necessità dell'allargamento dell'associazione alle alte professionalità, parto da una serie di considerazioni che voglio rappresentare alla vostra valutazione.

  1. In questo momento storico, dentro alla nostra organizzazione come fuori, il problema dei problemi nell'ambito della rappresentanza degli interessi sul piano sindacale – ma non dimentichiamo che tutto il discorso tende ad una rappresentanza di interessi a livello politico-sindacale in primo luogo – lega assieme tre categorie (o tre ceti) professionali, che sono i dirigenti, i quadri, le alte professionalità, accomunate dalla nozione di «lavoratori della conoscenza».

  2. Questa è un'esigenza avvertita oggi anche nella scuola. È un'esigenza avvertita in primo luogo dai diretti interessati perché c'è un vuoto di rappresentanza politico-sindacale per questi ceti professionali. Il contratto di comparto non si è affrancato fino ad oggi, né è alle viste la possibilità che si affranchi nell'immediato futuro, da logiche di appiattimento che hanno continuato ad esistere ed a sopravvivere nell'ambito del nostro sistema delle relazioni sindacali.

  3. Quando si parla di alte professionalità, nel nostro settore di attività come in tutti gli altri, si ha ben presente che questo è il naturale bacino per la futura dirigenza; è lì che si va a pescare per poter trovare, attraverso strumenti che possono essere diversi ma che per lo più consistono di modalità concorsuali, i dirigenti di domani. Questa, all'interno della nostra associazione, è un'esperienza storica che non conosciamo da oggi: è un'esperienza che ciascuno di noi ha fatto prima come singolo e poi all'interno della scelta sindacale attraverso un percorso a zig-zag, perché ciascuno di noi, almeno quelli che avevano una tessera sindacale - e sono i più -, è partito da un sindacato di comparto per approdare successivamente al sindacato dirigenziale. Ahimè, mi tocca ancora di dover dire con molto dispiacere - e non andiamo a fare verifiche perché questo sarebbe politicamente scorretto – che c'è ancora qualcuno di noi in possesso di una doppia tessera sindacale e che non si avvede dell'incongruenza e dell'incoerenza delle proprie scelte, perché viene da un passato che non può, non vuole o non sa dimenticare.

  4. C'è poi la questione, già ieri dichiarata nella presentazione molto esplicita della proposta, della condivisione valoriale di interessi professionali comuni a queste tre categorie. Aggiungo una considerazione – e mi riferisco in questo caso solo alla scuola – che è banale tanto è generalizzata, conosciuta e comune: sul campo queste figure professionali, nella fisiologia (e speriamo che la patologia non esista) collaborano gomito a gomito dal mattino alla sera.

  5. Passo dalla realtà e dall'esperienza quotidiana ad un tema di carattere generale e di tipo normativo: è quello della cosiddetta vicedirigenza, che si riferisce a tutte le pubbliche amministrazioni, e che ha avuto un riconoscimento normativo di recente seppure in un contesto legislativo che noi, per altri versi, deprechiamo, quale è quello della legge 154/2002 che contiene il famoso articolo dello spoil system. Si è introdotta la vicedirigenza in un percorso ed in un contesto che, in quanto discendente dal D.Lgs. n. 165 e seguenti, come norma di principio si applica a tutti i settori della pubblica amministrazione, nessuno escluso.

  6. Passiamo ora a qualche confronto di realtà similari. Parto da comparazioni interne alla nostra Federazione e alla nostra Confederazione. Per quanto riguarda la nostra Federazione, come sapete, essa ha associato l'organizzazione sindacale dei diplomatici, che rappresenta il 95% della categoria. Ebbene, in questa organizzazione sindacale, accanto agli ambasciatori, accanto ai ministri plenipotenziari, accanto ai consiglieri di ambasciata ed agli altri livelli di diplomatici, esistono anche gli impiegati delle ambasciate. Passiamo ad un altro esempio, esterno alla nostra Federazione, tratto dal settore del credito. Le relative organizzazioni sindacali, che fanno parte della nostra confederazione, hanno tutte al loro interno i dirigenti, i funzionari non dirigenti e i quadri. È stato un percorso difficile anche per loro, non c'è dubbio, perché è evidente che persino là, dove c'erano interessi anche economici molto forti (che non sto a riprendere anche per non creare demoralizzazione) le resistenze psicologiche erano motivate, ma sono state ampiamente superate. Debbo dire, per quello che vale l'esperienza degli altri, che non c'è organizzazione di questo tipo che non abbia a capo dei dirigenti, nessuna esclusa. Sarebbero autolesionisti i non dirigenti che si dessero come rappresentanti sindacali dei non dirigenti.

  7. Passo all'ANVI, l'associazione dei vicari, che abbiamo – come tutti sapete – invitato al primo giorno del nostro congresso. È un'associazione neo-costituita, un'associazione professionale che può benissimo fare la sua strada per conto proprio; si tratta di vedere quali sono le convenienze, in questo caso, di casa nostra, perché l'ANVI poi, autonomamente, valuterà le proprie. Noi abbiamo sicuramente favorito un percorso di avvicinamento e una fase di annusamento reciproco, come si fa nei preliminari del fidanzamento, ma siamo ai preliminari. Ora, ci sono due possibilità:

    1. si lasciano queste figure ad organizzarsi per conto proprio; hanno, loro, a loro volta due ulteriori possibilità:

      1. di trovare una casa sindacale che li accolga, non importa quale, ma diversa dalla nostra;

      2. oppure, voglio essere molto più ottimista, di trovare una casa sindacale apparentata alla nostra e cioè la Federazione della Funzione Pubblica della CIDA.

      Qual è la differenza fra questa ipotesi e quella di far entrare queste figure all'interno della nostra organizzazione sindacale? Parto dal caso più favorevole, che costituiscano un sindacato all'interno della Federazione. In quel caso farebbero, per proprio conto, le loro scelte senza possibilità di una sede comune di confronto nella quale arrivare a mediazioni nel comune interesse.

    2. C'è poi la tesi che ha fatto tremare a qualcuno le vene e i polsi: quella di farli entrare dentro l'Anp. Ebbene, le mediazioni sono sempre difficili ed io, che me ne occupo per mestiere, lo so benissimo; ma le mediazioni in questo secondo caso avverrebbero dentro la casa comune.

      Lascio a voi valutare, con l'utilizzo del ragionamento e non dell'emotività, qual è la strada migliore.

  8. Ci si potrebbe domandare: perché non è stata seguita questa strada per l'ANQUAP? E' molto semplice, molto chiaro: quelle sono figure di quadri amministrativi, non figure professionali assimilabili alle cosiddette alte professionalità, che è un termine tecnico ormai da tutti utilizzato; e allora si è scelta la strada diversa di costituire un'organizzazione sindacale che entrasse a far parte della stessa Federazione ma che rappresentasse autonomamente il mondo dei quadri delle amministrazioni pubbliche.

  9. C'è un altro interrogativo, per noi non inquietante: cosa diamo loro? Una cosa è certa, un impegno lo assumiamo sicuramente, implicito e anche esplicito: noi assumeremmo con loro l'impegno a farli emergere in una contrattazione autonoma delle alte professionalità rispetto al contratto di comparto. È un percorso lungo? Lasciamolo decidere a loro, non faccio previsioni, ciascuno di noi si interroghi dentro di sé e si chieda quanto tempo ci è voluto per l'Anp a far emergere la categoria in un'area dirigenziale autonoma. Non lo diciamo per scaramanzia, ci vorrà il tempo che il processo richiederà.

  10. Circola un altro interrogativo: se entrano, entrano a parità di trattamento? Non capisco neppure la domanda, ma me la pongo lo stesso perché se qualcuno se la pone è necessario portarla in tutta trasparenza ed evidenza all'attenzione dell'assemblea congressuale. Ebbene sì, non ci potrebbe essere nessuna associazione al mondo in cui fossero costituiti soci a diverse velocità, soci di serie A e soci di serie B, magari differenziati da una diversa appartenenza all'elettorato attivo e passivo: sarebbe un'assurdità.

Arrivo alla conclusione sul problema specifico che ho voluto trattare con dovizia di dettagli e che ieri ho anticipato con chiarezza cristallina ma senza le precedenti considerazioni. Dicevo: il problema esiste, l'esigenza c'è, esiste oggi e verrà risolto comunque in un modo o nell'altro, questo è certo. Sta a noi valutare se abbiamo la capacità di cogliere l'opportunità o se la vogliamo lasciare ad altri e per “altri” il range delle opportunità possibili è molto ampio, va da quella più negativa a quella più positiva che ho già prima indicato. Possiamo ricondurre l'elaborazione di una proposta politico-sindacale all'interno dell'organizzazione di cui facciamo parte e di cui siamo saldamente ed in modo maturo - come ricordavo ieri – al controllo delle leve di comando, oppure possiamo lasciarli ad andare avanti autonomamente per loro conto. Questa è una scelta che sta, anziché sulle ginocchia di Giove, nell'autonoma valutazione di tutti i delegati congressuali. E' una scelta davvero così preoccupante? Francamente, io non lo credo.
L'associazione potrà andare avanti lo stesso? Sicuramente sì.
Si tratterà di vedere se potrà andare avanti arricchita o depotenziata, e questo è nelle vostre mani.
Grazie.